Singolare è la storia di Icilio Federico Joni, uno dei più grandi falsari d’Italia.

Nel 1866 nasce a Siena, ma per i suoi genitori non è certo un lieto evento. Egli viene abbandonato dentro la ruota dei gettatelli dell’antico Spedale di S.Maria della Scala, che si trova esattamente dirimpetto alla superba cattedrale metropolitana di S. Maria Assunta.

Seppur nella sfortuna di esser nato trovatello, ci possiamo tranquillamente immaginare il piccolo Icilio scorrazzare felicemente tra lo Spedale e la Cattedrale, tra gioielli del tardo gotico e primo rinascimento, tra capolavori indiscussi del Vecchietta, di Domenico Di Bartolo, di Simone Martini, Duccio di Buoninsegna e Pinturicchio, tra le rivoluzionarie sculture di Donatello, Giovanni e Nicola Pisano. Praticamente i suoi occhi si sviluppano guardando ogni giorno i grandi maestri “primitivi”. Un po’ come lo Sherpa che cammina armonicamente tra le vette delle montagne, abituato fin dall’infanzia a quelli sforzi immani, inevitabilmente il giovane Icilio matura una grande predisposizione all’arte, circondato di bellezza com’era!

La sua fama non nasce quindi dal nulla. L’ambiente dove si forma gli è congeniale.

Joni ebbe anche la fortuna vivere nel posto giusto al momento giusto: tutta la seconda metà dell’ottocento è attraversata da un’ondata di forte interesse per il medioevo. Le rivoluzioni del secolo precedente, sia quella industriale del mondo anglosassone, sia quella politica in Francia, tendono ad accantonare (momentaneamente) i modelli culturali illuministici tipici del neoclassicismo, a favore di canoni estetici che auspicavano ad un ritorno alla spiritualità, all’emotività, alla fantasia. Tutti quegli elementi percepiti come appartenenti ad un preciso periodo storico, il medioevo.

Siena intanto diventa il principale centro italiano dedito alla produzione di dipinti, sculture e oggetti d’arte antica. La città pullula di botteghe artigianali, che a partire dal settecento ricevono nuovo slancio grazie ai numerosi restauri e rifacimenti di opere, palazzi, dipinti della cultura artistica italiana tre-quattrocentesca. Nel corso dell’Ottocento gli architetti puristi quali Giulio Rossi e Giuseppe Partini, seguaci senesi delle teorie di Viollet-le-Duc, ripristinano l’assetto urbanistico gotico e rinascimentale della città. Moltissimi sono gli edifici “medievali” rifatti in stile.

Per realizzare “quadri antichi” Joni si riappriopriò anche delle tecniche degli antichi maestri, compatibilmente e coerentemente al contesto culturale di quel periodo, dove il rassicurante recupero della tradizione e dell’identità storica (strumentalizzate spesso dai nascenti nazionalismi che andavano formandosi in Europa), si contrapponeva allo standardizzante squallore dei tempi moderni, come avvenne, ad esempio, in Inghilterra con la nascita dell’Arts & Crafts Movement.

Tale forte interesse e fascino per il medioevo richiamò, oltre l’attenzione di studiosi, cultori e conoscitori d’arte, anche quella dei collezionisti, azionando i rapidi ingranaggi del mercato antiquario e rendendo Firenze e Siena le capitali mondiali di questo particolare commercio.

Era il momento dei “primitivi” e i falsi hanno sempre assecondato – ed indicato al mondo – le evoluzioni del gusto e vice versa.

Come è già stato detto, furono proprio i luoghi della sua infanzia a formare Joni, ma egli no fu mai solo un mero imitatore. Come ogni grande falsario che si rispetti, egli acquista un suo personalissimo modello, del tutto originale. Paradossalmente affina una sua “autenticità”. Ne trae varianti filologicamente compatibili e credibili, calibrate sulle valutazioni critiche degli studiosi per modo che essi vi potessero ritrovare i loro crismi di autenticità, cadendo in fallo sistematicamente. Si può dire che l’inganno era tale che i critici raggirati stessi divennero il meccanismo principale per l’autentifica dei suoi falsi.

Anche gli studi monografici del Professor Mazzoni, anche se di carattere puramente sociologico, descrivono Joni come qualcosa di diverso dal semplice falsario e copista. Lo definisce come ricreatore, capace di immedesimarsi non solo nello stile e nella tecnica, ma anche nello spirito dei grandi maestri del passato. Una sorta di pittore dell’ avanguardia al contrario, che guardava al passato invece che al futuro, ma con la stessa energia, e con intenzioni non solamente truffaldine: che è poi è anche la tesi sostenuta dallo stesso Joni nelle sue memorie, intitolate “Le Memorie di un Pittore di Quadri Antichi“, quando spiegava che lui non creava falsi, ma opere d’ arte. Una tesi un po’ forzata a mio parere…

In queste sue memorie, ripubblicate nel 1984 da Sansoni, si palesa la megalomania di Joni, che parla della sua vita come se parlasse di un moderno Leonardo da Vinci. La sua vita assomiglia di più a quella degli Scapigliati, con balli mascherati, bevute, anarchia, amorucci, storie anche divertenti, ma limitate all’ambito dello “strapaese”. Joni dava comunque dei riferimenti ben precisi (anche se i fatti erano già ben noti) su come funzionava il mondo antiquario tra Firenze e Siena, attraversato in lungo e in largo da falsari ed imbroglioni.

Nella Toscana degli anni ‘ 20 e ‘ 30 la fama del grande falsario era già però così diffusa da provocare, negli acquirenti più sprovveduti, una sorta di psicosi. Divenne così complicato per gli antiquari proporre “fondi d’oro”, che spesso si sentivano rispondere: “Ma questo l’ ha fatto quel figlio di buona donna dello Joni!”. E invece magari si trattava di un pezzo autentico.

Così Joni cercò di rimediare pubblicando le sue primissime opere, quelle peggiori. Lavori modesti, alcuni molto modesti, tabernacoli, cassoni, legature, anche dipinti, a dimostrazione che si trattava di pezzi facilmente individuabili, inadatti a scopi truffaldini. I pezzi pregiati, quelli a cui aveva lavorato per molti anni, superiori in qualità e tecnica pittorica, non li mostrava troppo in giro, finendo per disperdersi rovinosamente in collezioni di ricchi facoltosi “intenditori” e in alcuni musei d’oltreoceano.

Ora, considerato che di allocchi n’è pieno il mondo, a Icilio Federerico Joni va tuttavia riconosciuto il talento nel truffare anche grandi “masticatori d’arte”, quelli capaci di riconoscere un falso con una sola occhiata, anglosassoni per la maggior parte.

Compatibilmente al suo animo “rocambolesco”, il grande falsario sempre nelle sue memorie, crea uno stratagemma per celare, seppur parzialmente, l’identità dei suoi facoltosi ed illustri clienti. Con un banale gioco di anagrammi inventava, per le sue vittime preferite, dei divertenti pseudonimi.

Per esempio, Berenson diventa Somberen. Joni racconta alcuni aneddoti del suo rapporto con il grande storico dell’arte. Come spiegano Mazzoni e Olivetti, Bernard Berenson fu per Joni una sorta di grimaldello. L’incontro con lo storico dell’ arte significò per il pittore l’ apertura dei circuiti dei ricchi collezionisti internazionali, come Dan Fellows Platt, di studiosi-collezionisti, come Frederic Mason Perkins.

Il fatto stesso che ci sia stato un qualsivoglia rapporto tra falsario e critico, dovrebbe già far storcere il naso e sollevare molti dubbi sull’onestà di Berenson. Dubbi fomentati dagli studi monografici sulla vita di Icilio Federico Joni compiuti dal professor Olivetti e del professor Mazzoni. Secondo la loro tesi qualcuno aveva aperto gli occhi a Bernard Berenson, che probabilmente li aveva già spalancati da tempo, ma faceva finta di nulla, e lui era andato direttamente alla “fonte”. Si fece volentieri ingannare? Dopotutto è lo stesso Joni, nelle sue memorie, a raccontare di questi incontri con spassosi aneddoti: lo descrive come un signore con una barbetta rossa, che arriva senza appuntamento dal pittore, presentandosi come “quello che comprava tutti i suoi quadri da Torrini”, l’ antiquario presso cui Joni depositava le sue opere in conto vendita.

Un altra sconveniente testimonianza delle disavventure del Signor Somberen viene da una sarcastica risposta dello Joni data alla moglie del critico, dopo che, sotto consiglio del marito, ella rifiutò di acquistare certi quadri antichi: “Dica al rammollito di suo marito che ci sarà da ridere molto di questa cosa, perché non potrebbe finire qui. […] il Signor Somberen che comperava i quadri moderni fatti da Joni per antichi, e che, quando Joni gli portò dei quadri antichi, non li volle acquistare perché li credette moderni. Ci sarebbe da ridere di gusto, le pare?”.

Accertato che Berenson acquistasse, e non certo di rado, alcuni lavori di Joni, seppur come “copie”, non ci è dato sapere quanto queste famigerate “copie” mantenessero la loro natura di mera riproduzione una volta che prendevano la strada verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

Due opere di Joni sono ancora conservate presso la villa ai Tatti, sulle colline di Firenze, storica dimora di Bernard Berenson, sede oggi dell’omonima fondazione.

Altra illustre vittima del talento del grande falsario fu lo storico dell’Arte pisano Enzo Carli. Infausta per lui fu un’errata attribuzione.

Nel 1936 Joni viene l’incaricato di eseguire una copia del Polittico di Agnano di Cecco di Pietro, un’opera “giottesca” estremamente raffinata, ricoverata durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale all’interno della chiesetta della villa Tobler ad Agnano, in provincia di Pisa.

Joni parti da Siena con la sua bella automobile, vero e proprio lusso per un artigiano dell’epoca… Arrivò in questa villa che fu casino di caccia di Lorenzo il Magnifico. Misurò attentamente la tavola, realizzò vari schizzi ed annotò alcuni appunti. La sera stessa rincasò e la tavola non la vide mai più. Forse conservò solo qualche fotografia.

Nel 1937 la tavola autentica venne sostituita con una copia, presumibilmente per restaurarla. 

Qualche anno più tardi i B17, le micidiali le fortezze volanti iniziarono a solcare i cieli italiani.Nei 54 raid aerei subiti dalla città di Pisa, furono danneggiate circa il 37% degli edifici, tra cui proprio la chiesetta di Agnano. Purtroppo dalle macerie venne recuperata la copia, che fu risistemata com’ era, perché nessuno si ricordava della sostituzione, ma soprattutto perchè così tanto simile all’originale da non destare nessun sospetto, nemmeno agli attenti occhi dell’esperto Enzo Carli, soprintendente nella sua carriera sia a Pisa che a Siena.

Soltanto nel 1965, con la sollecitudine dei funzionari della Soprintendenza, fu finalmente possibile riottenere l’originale dalla famiglia Tobler. Oggi il Polittico di Agnano, quello autentico di Cecco di Pietro, è esposto nella collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Pisa presso Palazzo Blu.

Resta l’innegabile fatto che una buona fetta del mondo accademico e scientifico sia caduta nei trabocchetti lasciati dallo strafottente Icilio Federico Joni, che oltre a vantarsi dei suoi imbrogli attraverso le sue memorie, marcava i suoi falsi con una piccola e misteriosa scritta: «Paicap» era la sigla rimasta indecifrabile fino a che gli studi dello storico dell’arte britannico Kenneth Clark permisero di individuarne il derisorio acronimo “Per Andare In Culo Al Prossimo”

Alcuni di questi dipinti contrassegnati sono tutt’ora presenti presenti al Metropolitan di New York come a Dublino.

M.Cannella

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