“In principio era il Verbo”, recita l’incipit del Vangelo secondo Giovanni, evocando il potere divino della parola associata all’atto della creazione.
Secondo la tradizione cattolica, il Verbo rappresenta infatti la parola di Dio che comunica, crea e porta luce e vita agli uomini.

Nella nostra epoca siamo talmente abituati all’importanza del nome da non farci quasi più caso.
Un esempio evidente è quello della pubblicità e delle grandi griffe. Le incessanti campagne pubblicitarie fanno leva su un espediente tanto semplice quanto efficace: la ripetizione martellante del nome del prodotto che si vuole vendere.
Un prodotto senza nome difficilmente trova mercato. Al contrario, quando sentiamo nomi come Ferrari, Rolex, Cristal o Chanel N°5, sappiamo immediatamente quale universo di valori e di prestigio essi evocano.

Annuncio pubblicitario della campagna “Faster Food” ideato dall’agenzia pubblicitaria No Fixed Address
Il mondo dell’arte non fa eccezione. Anche qui il sistema si fonda sull’importanza del nome, organizzandosi secondo una gerarchia di segni di identificazione più o meno rilevanti.
Un’opera d’arte firmata da un artista celebre diventa quasi un oggetto incantato, un vero e proprio feticcio. Il suo valore di mercato, indipendentemente da altre considerazioni critiche, può moltiplicarsi in maniera esponenziale.
Quante volte abbiamo visto un appassionato d’arte avvicinarsi con curiosità a un dipinto, scrutandone attentamente un angolo alla ricerca della firma capace di determinare — in un istante — entusiasmo o delusione.

Eppure la pratica di firmare le opere non è sempre stata così diffusa. L’uso sistematico della firma diventa più comune soprattutto a partire dal Rinascimento. In epoche precedenti gli artisti erano spesso considerati artigiani e lavoravano in una condizione di relativa anonimato. Solo con il progressivo riconoscimento dell’individualità creativa e del valore del talento personale gli artisti iniziarono a firmare le proprie opere per affermare la propria identità.
Esistono tuttavia esempi di firme anche nell’antichità ellenistica. Si pensi a scultori come Fidia, Alessandro d’Antiochia o Lisippo, che talvolta lasciavano il proprio nome sulle opere.

Atleta di Fano, statua attribuita a Lisippo su base stilistica
Analizzare una firma antica richiede tuttavia grande cautela.
Uno strumento utile in questo ambito è offerto dalla grafologia, disciplina che studia le caratteristiche individuali della scrittura. In particolare, la cosiddetta scuola grafologica tedesca, sviluppata a partire dagli studi di Ludwig Klages e poi approfondita da studiosi come Georg Meyer, Müller ed Enskat, ha elaborato metodi sistematici per individuare le peculiarità personali del gesto grafico.
Attraverso un’analisi comparativa è infatti possibile riconoscere le caratteristiche ricorrenti di una scrittura e stabilire con maggiore precisione a chi possa appartenere una firma o un documento.
Ma se le opere d’arte possono essere falsificate, lo stesso vale per le firme.
Il celebre falsario Eric Hebborn, nel suo Manuale del falsario, racconta quanto esercizio sia necessario per imparare a imitare una firma in modo convincente. Egli stesso descrive un metodo curioso che gli sarebbe stato rivelato da un uomo incontrato in un bar romano.
“L’uomo si chiamava Booth.
Booth mi propose uno scambio: mi avrebbe rivelato un segreto prezioso se gli avessi pagato qualche drink.
Il suo metodo era sorprendentemente semplice. Dopo avermi spiegato che l’ideale era utilizzare la stessa penna con cui era stata tracciata la firma originale, mi disse che un calligrafo non deve leggere le lettere di una firma, ma osservare la linea nel suo insieme. Le lettere, infatti, distraggono l’attenzione dalle qualità del segno.
Per questo motivo suggeriva di capovolgere la firma e copiarla rovesciata: in questo modo l’occhio si concentra esclusivamente sui movimenti della linea.

Comparazione semplice tra firme apocrife e firme autentiche
Poi tutto dipende dall’esercizio. Con il tempo si può arrivare a riprodurre una firma con la stessa velocità e naturalezza del suo legittimo proprietario.”
Questa testimonianza ricorda un aspetto fondamentale: la firma non costituisce mai una prova assoluta di autenticità. Anzi, spesso è proprio uno degli elementi più facilmente falsificabili.
Un’opera può essere perfettamente autentica anche in assenza di firma; al contrario, un’opera firmata potrebbe rivelarsi apocrifa.
Prima di lasciarsi entusiasmare dalla presenza di una presunta firma illustre, è quindi necessario interrogarsi su tutti quegli elementi storico-artistici che concorrono al processo attributivo: lo stile e la mano dell’artista, la provenienza dell’opera, la documentazione archivistica, eventuali certificazioni, le pubblicazioni e le analisi diagnostiche.
La firma, da sola, non rappresenta mai un elemento determinante ai fini dell’autenticazione.